Nel fondo del cinema

Il paese più vicino

Nel fondo del cinema sussite una strana paura… come se laggiù – in quel tremolìo di esistenze che celebrano la loro devozione alla luce – si depositasse sì un dossier, un’ecologia, un formalismo, una storia, ma anche una traccia di un fondo cinereo che non galleggia e si stacca dall’intero, un passo cieco, un’impronta di un’origine che non ha mai avuto luogo, un luogo denso e gravoso che è la gravità stessa, dove tutti i luoghi prendono posto per scomparire, l’ingresso di un inferno così intimo da essere esterno e pubblico e da generare una lunga teoria di indifferenze che officiano a un rito che non significa nulla: andare verso le forme per dissolversi in esse. La forfora trasalisce e spazza la più antica delle solidarietà: la solidarietà con l’inchiostro, sfarfallato dalle ombre, intenerite fino al contorno. È anch’essa un’esitazione del mondo o un precipitato d’immaginario? Eccoli: dei corpi che conducono due esistenze estranee; come muoversi in una gabbia in certe traiettorie molto, molto complesse, svincolate dal proprio mobile. Nessun guadagno e nessuna perdita, se non la sproporzione del mondo, dove non viene mobilitata alcuna materia in noi, alcuno strato o induzione elettrica.

L’editto del sonno piuttosto trasporta qualcosa perché germogli un punto di silenzio. L’ustione lenitiva del fantasma, nient’affatto diversa dai nostri desiderî.

Non avere una posizione nello spazio, non occupare una porzione di globo, un volume d’aria, non poter innescare alcuna reazione nella simmetria delle cose… questo mondo si somiglia all’infinito; qui sta il suo orrore. Lo si distingue. Ci si accorge del derma, di una microscopica crisalide di movimento, strappata lentamente al corpo dal tempo. Un’opacità, un gesto anfibio. È il mercato come plurale di mondo che riunisce e allinea le singolarità dei corpi. Di tutti i corpi. Altrimenti esclusi dal destino. Quel destino fisico. Una solitudine di sassi adottati e andati a posto per incastro del caso. Nient’altro che questa litania. Non c’è altro modo per accelerare le percezioni fuori dalla specie, fuori dal linguaggio e gestire la sintassi dell’intera scena. È l’affettuoso portamento codardo. Passeggiare con il naso sull’infinito e non meditare affatto, non nutrire alcuna sehnsucht, alcun ghirigoro della partenza e della bandiera, solo il banale accompagnamento musicale della morte.

Una specie di cronologia oliata dal determinismo sociale dell’abitudine ci perseguita, finché ne saremo del tutto ignoranti alla luce del film. Il miele, l’albume animale filtra gli strati delle lunghezze d’onda e ne riabilita la frontiera infernale e gioiosa di tutta la natura… Velocità senza rilievi che lega e nega una parte del tempo. Gran divertimento il forno stroboscopico! Lo spazio invalicabile che riposa nei paesaggî che abbiamo visto: un’immagine non è mai nuova proprio per questo.

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